Un’eccezione che il sistema non prevede – e non sa gestire Il problema non era l’assenza di un difensore – era la presenza della coscienza

Il volto del sistema quando capisce che lo schema non basta più.

Alla luce della situazione complessiva – fatta di anni di persecuzione sistematica da parte degli organi giudiziari – è legittimo pensare che quanto accaduto non sia stato un semplice errore procedurale, ma un tentativo deliberato di proteggere colleghi, consolidare abusi e colpire una persona che non si è lasciata zittire.

Dopotutto, nei tribunali quasi mai si cerca davvero la verità: nella maggior parte dei casi si proteggono interessi personali, dinamiche di potere, logiche interne.

Tuttavia, ciò che è accaduto dimostra anche un’altra possibilità: che persino in assenza di malafede, un sistema possa generare le stesse ingiustizie – per automatismo, cecità, e incapacità strutturale di gestire chi non rientra nello schema.

Schema F contro realtà – e perde

Si può presumere che nessuno, in quell’aula di tribunale, si fosse mai trovato di fronte a una situazione simile. Non solo perché la maggior parte degli imputati crede di non potersi difendere da sola, ma anche perché pochissimi sarebbero in grado di redigere memorie difensive di quel livello.

E il sistema? Ha reagito inizialmente in modo automatico: Assegnazione del difensore d’ufficio, ignoranza delle memorie, applicazione rigida delle procedure – Schema F.

Nella pratica quotidiana, “difesa” significa spesso:

  • un avvocato formalmente presente,
  • un’imputata che tace,
  • un procedimento rapido e senza reale contraddittorio.

Ma in questo caso lo schema non funzionava. Davanti al giudice c’era qualcuno che non si lasciava incasellare. Qualcuno che non rientrava nei parametri – e proprio per questo è diventata visibile.

Cosa accade quando la chiarezza incontra la routine

Questo ha generato una vera e propria forma di smarrimento istituzionale:

  • Le PEC sono state ignorate.
  • Il difensore revocato ha continuato ad agire.
  • L’udienza è stata fissata come se le memorie non esistessero,

nonostante fossero già state regolarmente depositate e ricevute. Era semplice negligenza? O un rifiuto consapevole?

La verità probabilmente sta nel mezzo:

  • Disorientamento su ciò che è effettivamente ammesso,
  • Resistenza nei confronti di una donna consapevole dei propri diritti – e non disposta a sottomettersi in silenzio.

Ma alla fine il tribunale ha dovuto cedere. Non perché lo volesse, ma perché non aveva più scelta.

Un caso isolato – o un segnale d’allarme strutturale?

Questo non è solo un caso anomalo. È lo specchio di un sistema che non prevede voci chiare, autonome, verticali.

Quando persone capaci di difendersi vengono comunque ignorate, neutralizzate o silenziate, non emergono solo carenze procedurali – ma una profonda paura sistemica dell’autonomia e della verità.

Il messaggio è fin troppo chiaro: Chi non si sottomette, disturba. Chi parla da pari a pari, mette in crisi il meccanismo.

Ma proprio questo è ciò che, in uno Stato di diritto, non dovrebbe mai accadere.